lunedì 14 aprile 2014

Trip au Tel

"L'alieno biascica e sparge sangue, ma è tanto lontano che a malapena riesco ad immaginarlo, mentre mastica e sputa l'ennesimo organo inutile e riorganizza le vertebre in quella sua strisciante locomozione."

Una delle cose che mi hanno sempre divertito è infilare parole l'una nell'altra, accumularle l'una sull'altra, e poi vederle colare come una massa materica. Mostrare nell'esito melmoso e confuso dell'enunciazione, della voce echeggiante, il limite della referenza.
Non che lo sapessi, all'inizio. Come molti, come quasi tutti, i modi-di-fare ed i riflessi condizionati sono arrivati molto prima di quell'accenno di autocomprensione che l'autodiagnosi ossessiva potesse offrirmi. Ed in effetti me la cavavo meglio, prima di saperlo. (Pensavo di essere, ed ero sul punto.)
Scambiavo il dentro per il fuori, il sopra per l'intorno e pensavo di cercare l'illuminazione mentre dimostravo l'inutilità del pensiero-oltre-il-pensiero.
Nel farlo, mi è capitato di spargere una serie di tracce. Pezzi e Brandelli.
Ora, tuttavia, con la solidità semiraggiunta e la plasticità cerebrale ai minimi storici, mi sembra finalmente venuto il momento di dire a qualcuno che non conoscerò mai:
Buongiorno fratellino. Come ti senti oggi? Il mondo lacerato e confuso, pieno di piani e contropiani, sopravvivenze conflittuali ed obsolescenze putride ti manda a male? Oppure è il Vuoto quello che vedo dietro i tuoi occhi limpidi?
Quello che sto cercando di dire, è che tutta la questione dello sperimentare la gran parte delle volte consiste nello strapparsi carne e sangue al confronto, evitare l'evitabile. Costruire ad arte, attraverso l'adeguata manipolazione di simboli, una posizione imprendibile, un luogo del non-spirito, una stazione immobile, tale che da fuori si possa solo sbalordire o inoridire, e d'un colpo negare ogni risposta umana (la compassione, la solidarietà, l'indifferenza).
Ciò che ho imparato, è che dovrei disporre di soggetti preventivamente ipnotizzati per poter giocare i giochi che mi interessano. E per avere qualcosa di simile dovrei poter dire ciò che non ho mai detto:

Rilassati, chiudi gli occhi.
E' tutto a posto.


giovedì 6 giugno 2013

Olo! Olo! Olo!

La Boutade supporta la prostituzione sacra, l'occasionale scorribanda, il deperimento e l'assurdità-a-tutto-tondo (con e senza trattini, come titolo di se stessa o di qualcos'altro).
La Boutade, consapevole che le parentesi non si aprono di gusto e si chiudono con violenza, così come le relazioni fra persone, cose, animali e le occasionali fughe d'amore fra animali di specie diverse, tenta invano di impedire che tutto ciò finisca sempre con il branco che prende e sacrifica il qualcosa-qualcuno che sgarra ai presentemente potenti Dèi dello status quo.
La Boutade si destina da sola al più tremendo dei fallimenti.
La Boutade, infatti, non esiste fuori dai confini assai fragili di una virtualità che, con grande disgusto di chi scrive (e che non ha nessun titolo per parlare), si precipita marciando una marcetta verso il tiepidume della realtà. La Boutade ha amici perpetui e nemici provvisori, ed istituisce intersezioni fra i due insiemi. Verso coloro che cadono nel mezzo, si comporta in modo assolutamente scostante, moltiplicando gli sforzi e divaricando i percorsi.
La Boutade esige una assoluta dedizione, nessun senso dell'umorismo, niente lavoro diurno, alcolismo sfrenato e presenza detestabile. "La Boutade" è un uso basculante del linguaggio, ammesso che la metafora linguistica si estenda ovunque. Altrimenti, è solo un'etichetta per fenomeni che si autodistruggono tracciando traiettorie immaginarie verso stati di quiete altrettanto immaginari.

Evviva! A morte!
Olo! Olo! Olo!